lunedì, 29 settembre 2008

Lunedì

Vado per mezzogiorno.
(Fortunella, tu sì che il lunedì dormi).
Faccio un'ora di alternativa alla religione col Terzino.
Poi vado in mensa: paso doble, prendi il piatto, pliè, posa il piatto, uno due, riprendi il piatto.....
Poi ho l'ora di giornalino, ma magari mi danno una supplenza: perchè io sono "l'aiutante del laboratorio di giornalino", quindi se c'è una supplenza vai vai pure, tanto qui ci sono io.
Poi ho un'ora buca.
Cuffie nelle orecchie, Verdi a manetta.
Poi ho due ore di seminario sulle pari opportunità, che è obbligatorio per tutti tranne che per quelle che arrivano alle sei per parlare coi genitori.
Ma visto che io non devo parlare coi genitori, via col seminario.
Non so se parleranno del fatto che i professori maschi a scuola sono come panda, o se discuteremo sull'eterna tematica "ma perchè, quelli che ci sono, sono tutti dei colossali cessi?"

Vi aggiornerò.

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categoria:supplire è come morire, pensa alla mensa
venerdì, 26 settembre 2008

OI DIALOGOI

Al giovedì prendo Scheggia, un ragazzo pluriripetente, alto alto, con gli occhi più grandi e più nocciola che abbia mai visto.
Passa la sua giornata a vagare come una scheggia impazzita per il corridoio, finchè le insegnanti esauste non lo rimettono in classe.
Lui non ha il sostegno, ma un sacco di lacune si.
Per esempio è quasi analfabeta: legge con fatica, e una parola di quattro sillabe lo manda in crisi.

Dialogo:

Milady: Dove sei stato quest'estate?
Scheggia: In Calabria e poi due mesi in Sicilia.
Milady: Bello!! Dove in Sicilia?
Scheggia: In Sicilia. Al mare.
Milady: Si, ma...su quale costa? Aspetta, facciamo così, dimmi che strada hai fatto. Sei arrivato in Sicilia in aereo?
Scheggia: Si.
Milady: A Palermo?
Scheggia: No, in Calabria sono andato in aereo. Poi da lì siamo andati in Sicilia.
Milady: E come? col traghetto?
Scheggia: No, in macchina. Guidava mia mamma.
Milady: Impossibile. C'è il mare in mezzo.
Scheggia: No.
Milady: Fidati. avrai preso una nave.
Scheggia: No. C'è il ponte.
Milady: Guarda, per quanto se ne parli, quel ponte non c'è. C'è il mare. Quindi hai preso una nave.
Scheggia: NOOOO!
Milady: Invece si. Il ponte non c'è.
Scheggia: Io ho preso la macchina. Ah, no. Forse...abbiamo messo la macchina sulla nave.
Milady: Bravo. E poi dove sei sbarcato?
Scheggia: In Sicilia, al mare. Che devo prendere, una cartina per andare al mare?
Milady: Se non sai dove vai, si. Proviamo così: dal mare vedevi l'Etna?
Scheggia: Cos'è?

Basta, poi abbiamo preso il quaderno per fare i compiti. Cedo.
Vorrei solo dire che questo fra tre anni va a votare.
Giusto per.

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giovedì, 25 settembre 2008

Formazione

Avrei diverse cose da scrivere, anche belle, su questo blog.
Ma ieri sono uscita alle 19.15 da scuola, causa corso di formazione. Ci saranno altri meravigliosi 5 incontri, con tanto di lavori di gruppo e simulazioni di attività didattiche: confido di finire in gruppo insieme a un paio di colleghe simpatiche per affrontare il tutto con l'unica arma possibile: l'umorismo. 
Ovvero, ciò che ci ha permesso di sopravvivere ieri al relatore che, davanti a una platea decisamente scazzata, denigrava la lezione frontale, accusava i docenti di "usare gli audiovisivi in modo approssimativo", decantava le lodi del "curricolo verticale" e diceva cose come "euristico" "isomorfo" e "deuterapprendimento".

Faccio notare che c'erano anche le maestre d'asilo.

Non dico altro.

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categoria:il milady pensiero, colleghi e strateghi, de formatione
martedì, 23 settembre 2008

DIGNITA'

Dopo due ore di beato peregrinare fra i corridoi per recuperare alunni sparsi, alternativi alla religione o semplicemente scassamarones, mi godo l'agognata ora buca.
L'idea è di andare in biblioteca, ma la trovo chiusa.
Così ripiego sulla sala insegnanti, il non-luogo più viscido della terra, lo stargate verso i confini di Stronzolandia. Decido di non ascoltare le chiacchiere di nessuno, mi prendo un caffè espresso della macchinetta, mi accoccolo su una sedia dall'imbottitura un po' sgualcita ed estraggo dalla fantaborsa il Decamerone, che sto rileggendo in integrale, perchè certe novelle col tempo te le scordi e poi è scritto in un italiano che più bello non si può.


Mi piomba addosso una collega, abbastanza d'età per non dir vecchia, che riconosco come quella che al Collegio Dementi aveva sfracassato le palle all'universo col fatto che lei, assistenza in cortile, non la voleva fare.
Io, che la faccio tre mattine su cinque e avrei diritto a strifolare le balle più di lei, me ne sto zitta e buona. E' lavoro, pace e amen.

"Senti, hai cercato su internet qualcosa, su questa mansione? se dobbiamo farla davvero?"
"No, perchè? Ho fatto l'assicurazione. E poi sono in terza fascia, non mi pare d'essere nella posizione di battermi per queste cose. Di sicuro la Vice non dà retta a me, che peraltro sono titolare della cattedra farlocca".
"Ecco, appunto. Anche quello che fai. Ma è legale? Perchè una cosa così poco dignitosa io, ALLE MIE FIGLIE NON LA FAREI FARE. Non so, se a te va bene questa cosa?! Cioè (e alza la voce, che forse in Basilicata non la sentivano tanto bene) tu fai la tappabuchi, fai assistenza a mense e ingressi....puoi giusto dire che ti danno i punti, ecco!"

A parte il fatto che mi danno pure lo stipendio, tengo a precisare che io non spaccio eroina sulle strade. Al massimo faccio fare analisi dei verbi a qualche marocchino, correggo i compiti di italiano a un paio di albanesi. A volte rivedo l'ortografia dei compiti della Sporca Dozzina. A me sembra dignitoso.
Il comportamento della Grande Stronza, invece, mi pare un po' meno dignitoso.
C'è di buono che va in pensione e un altr'anno lascia libera la cadrega.

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categoria:supplire è come morire, colleghi e strateghi, la cattedra farlocca
lunedì, 22 settembre 2008

Un minuto di silenzio

...che oggi cominciano le mense.
Quel girone dantesco, quello dove i dodicenni si infilano i fagiolini nelle narici, fanno la catapulta con lo yogurt, fanno la gara di rutti con l'acqua minerale e pensano che l'insalata condita vada intesa in senso letterale: "con dita".

Pare che qui la vicepreside sempre più bionda abba escogitato per i ragazzi una coreografia complessa che manco Don Lurio: giro esterno ai tavoli, si prende il piatto, giro interno ai tavoli, si posa il piatto. Ha pure mimato il gesto.
Ma ha anche detto "è troppo complicato da spiegarti, devi vederlo in atto per capire".
E su questo non ci piove.

Come potete intuire, non vedo l'ora.

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sabato, 20 settembre 2008

Cose da tenere per me

Il primo giorno di scuola, mentre facevo il pesce nell'acquario in sala insegnanti, mi è arrivato un sms: era di Velma, seduta nel banco con l'inseparabile Bela Rusin, che dalla nuova (e impegnativa) scuola superiore scelta, mi chiedeva come stessi, cosa facessi, in che scuola fossi.
Le ho risposto dicendole di spegnere subito il telefono, che in un liceo non è il caso di farsi riconoscere il primo giorno, e poi ci siamo riscritte, ridendo, nel pomeriggio.

La sera antecedente al primo giorno di scuola, invece, mi è arrivato un messaggino pieno di consonanti e abbreviazioni: era di Nanà, che mi chiedeva in che scuola fossi.
Le ho risposto, fatto gli in bocca al lupo di rito, e lei ha replicato con un elenco di amiche sue "da tenere d'occhio" proprio nella mia nuova sede.
Poi ha aggiunto una frase e una sigla: grazie di tutto e tvb.

Il cuore s'è fatto piccino picciò, e mi sono ricordata perchè faccio questo lavoro.
Grazie di tutto devo dirlo io a loro. 

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mercoledì, 17 settembre 2008

Si comincia, tutti in pista

E' che uno, le cose, deve pensarle un attimo.

Questa settimana nella Grande Scuola Rossa, da titolare dell'unica e incommensurabile Cattedra Farlocca, non è che ho da fare granchè. Io vorrei lavorare, giuro.
Lo dico anche a Coso, Brunetta, Prugnetta, com'è che si chiama il ministro. Io vorrei lavorare, spiegare l'analisi logica, la guerra dei trent'anni, la tundra e la taiga. Solo che sto come un pesce nell'acquario.

La Velina Vecchia, quella bionda, mi dà l'orario provvisorio, in principio solo pieno di D, che vuol dire "disposizione". Quindi vuol dire - mi spiega la Vetusta Vegliarda - che per ora sto in aula professori ad aspettare

a) che qualcuno abbia bisogno di me
b) che qualcuno stia male così mi danno la supplenza. E' il terzo giorno di scuola e ne ho già fatte due, non so se mi spiego.

Ah, ma non sarà mica sempre così: poi vicino alla D mi metteranno anche una sigla, tipo : Alt 3A + 2E, che significa "vai a prendere chi non fa religione in 3 A (Alt significa "alternativa"), poi recupera gli scassapalle di 2 E e portali insieme da qualche parte".
A volte invece mi toccherà la Sporca Dozzina: si tratta di una classe differenziata (quindicenni fuori da ogni umana comprensione e controllo) che ha un proprio corso e una propria programmazione, ma spesso "capita che si debba coprire qualche ora".
Poichè non sono degna di insegnare italiano nemmeno alla sporca dozzina, vi lascio capire quale sia il mio livello di considerazione nel resto del corpo docente: mi guardano come guano di caribù.

Così ho deciso di sovrastare il corpo docente nell'unico modo che conosco: con i tacchi. Oggi svettavo su di un tacco 13 davvero impressionante, perchè, checazzo, se mi fai stare tre ore in sala professori a grattarmi gli zebedei, perchè ancora non hai organizzato le mie ore, almeno  lasciamici stare come si deve. Io di sicuro non busso a ogni porta chiedendo: hai mica qualche allievo da darmi, sai, son qui che faccio niente...?

Il primo giorno, giuro, mi sono presa il Decamerone e mi sono messa a leggerlo dal comincio, che a me, scusate, fa sempre tanto ridere.

Oggi invece ho conosciuto la Sporca Dozzina: sembrano la mia classe dell'anno scorso. Anzi, quando hanno saputo che ero stata la prof di Franti e Nanà, apriti cielo! Commenti a non finire. Sto per rompere il ghiaccio e fare l'appello quando, dopo cinque minuti, entra la Velina Vecchia e Vicepreside.
"Cosa fai?"
"Supplenza, per esempio" avrei voluto dirle, ma ho cortesemente risposto "Faccio conoscenza con la classe" (che non è nemmeno una mia classe, quindi che cacchio te ne frega).
"Beh" ripiglia la Virago Veemente "ho avuto un'idea. Visto che sei nuova, i ragazzi potrebbero portarti in giro per la scuola, e fuori, a vedere il parco, il frutteto, la serra, il laghetto...".

Ora, detto così sembra che io lavori dentro il Mulino Bianco. In realtà, la scuola suddetta ha un po' di verde dietro, che pretenziosamente viene chiamato "il parco", dove i facinorosi vengon condotti per improbabili progetti di educazione ambientale, concernenti attività come incidere piccoli cazzetti sui tronchi, guardare i professori mentre svasano le ortensie, raccogliere fascine per il grande ed auspicato Autodafè Finale.

L'idea m'esanima e m'agghiaccia: andare col tacco svettante nell'erba rorida e nel pautasso putrido di prima mattina, con dodici adolescenti che non conosco ancora e che potrebbero gettarmi nel laghetto fatta su nel cellophane come Laura Palmer mi lascia perplessa.
Però acconsento con ben recitato entusiasmo (roba da Golden Globe), e passo davanti alla Velina Vetusta con fiero cipiglio. Almeno è l'occasione per parlare con qualche alunno, via.
Mi piacerebbero persino, come classe di desperados, ma è meglio che non mi ci affezioni, che tanto era solo una supplenza.
Dopo un'ora di marcia (sul tacco 13, ripeto), riporto in classe gli armenti e la sadica Vestale Virago mi domanda:
"Allora? forse non avevi l'abbigliamento giusto, vero? come si sono comportati?".
"Benissimo, una passeggiata meravigliosa. Veri gentlemen".
Beh, a parte qualche "minchia" di troppo, non hanno fatto niente di che.

Per l'ora seguente, la prima di due ore buche unite (chi altri ha un buco di due ore in una giornata che prevede l'orario 8-16 ?!?), mi barrico in sala insegnanti e afferro il rotoloneregina del bagno, con cui ripulisco con cura i tacchi di vernice.

Quindi attendo di fare, dalle 12 alle 13, un'ora di alternativa alla religione ad un ragazzo che qui battezzo Terzino (perchè è il suo ruolo a calcio, e lui dice che è bravo).
Esce dall'aula con un plico di verifiche di educazione fisica e mi dice: "devo ricopiarle". "Copiare delle verifiche?" sbaccalisco io. "E perchè?"

E qui, raga, attenti bene: le verifiche in questione erano del compagno di banco secchione e risalivano allo scorso anno scolastico. Poichè Terzino, l'anno scorso, non aveva mai svolto le suddette, ora ha avuto l'ordine dalla docente di "ricopiarle, ma non uguali uguali, cambiando un po' qualcosa". Le verifiche (che di fatto non verificano un bel niente) vengono quindi retrodatate (lui fa terza e ci ha scritto su, per esempio, "seconda"), e fintamente corrette: in questo modo, all'esame, Terzino avrà - così come il suo compagno secchione -  un fantastico plico di verifiche da mostrare alla commissione come frutto del lavoro del triennio.

Si, se ve lo state chiedendo, si chiama "falso in atto pubblico".
Del resto, mi pare che la scuola dove son finita abbia ben poco di vero.

 

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categoria:supplire è come morire, colleghi e strateghi, la cattedra farlocca
venerdì, 12 settembre 2008

Tanto per cominciare

Oggi c'era il collegio docenti, ma non sono ancora in servizio.
A fare una cosa fatta bene, potevo rompere un po'  le palle: mi paghi da lunedì? bene, allora io vengo lunedì e mi leggo il verbale.
Ma visto che ho fatto tre mesi di ferie, via, siamo magnanimi e andiamo a vedere la Grande Scuola Rossa.

Al banchetto delle bidelle ci sono due che scambio per bidelle e invece sono colleghe: mi presento e loro, subito, mi mettono in quadro: "ah, sei quella nuova? ci pareva ne dovessero arrivare ancora". Ciapa su.


Alle 9.00 siamo in una decina scarsa: gli altri arrivano con un quarto d'ora di ritardo e notano con impercettibile curiosità la mia presenza. Non che io lasci molta simpatia sprizzare: mi girano ancora un po' le trifole, ho l'umore di un barracuda aizzato e, se qualcuno mi tocca, mordo.
Arriva la vicepreside e la sua collaboratrice; del preside, che è un uomo, nemmeno l'ombra.

Le due prof di potere sembrano le Veline Vecchie, la bionda e la mora, una con la maglia trasparente all'uncinetto e i pantaloni bianchi al polpaccio, l'altra con l'abbronzatura da isole lampados e il crine raccolto a coda. Le VV (Velive Vecchie, per l'appunto) impiegano due ore per dire che Costituzione e Civiltà la faranno tutti gli insegnanti ma il voto lo dà quello di storia, che i voti sono in decimi, ma la condotta aspettiamo e vediamo, perchè solo nei casi gravi; che ci sono dei casi limite, ma ci sono le ore a disposizione che la collega "scusa tu non mi ricordo il tuo nome" ha preso ieri, e quindi li porta via lei; che per le divise ci si sta pensando; che per i laboratori c'è da aspettare una settimana, che la mensa tocca a tutti, ma a me e ad altri pochi sfigati eletti tocca ben 2 volte; che per ben 3 mattine tocca a me fare assistenza nel cortile per evitare che si uccidano; che per ben 2 volte a settimana, alle 13 devo fare la stessa cosa; che sono tanto tanto tanto (tre volte come nell'Iliade) felici di avermi lì.

Si avvicina una collega con cui ho già lavorato altrove, che magicamente non mi riconosce più e mi chiede che classi io abbia. Alla mia risposta: nessuna, mi fa "ah, io quelle ore lì le ho rifiutate tutte, son pesanti". "Ma tu pensa!"

Mi chiedono di spostare in terra la mia borsa che è troppo grossa e intralcia il tavolo su cui stanno altre 7 borse; rispondo che la mia borsa, in terra, non c'è stata mai, mi alzo, l'appoggio sul davanzale e torno a sedermi certa di aver conquistato l'odio di un paio di persone.

Attacco bottone con la bidella, mi faccio portare a fare il giro turistico (dove entrano i ragazzi, dove sono i bagni, dov'è la segreteria), chiaccheriamo del tempo ed esco nel limpido sole di settembre con il conteggio esatto dei giorni che mancano alle vacanze di Natale.  

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giovedì, 11 settembre 2008

Prego prenda pure una cadrega

Dice il Devoto Oli che il termine "cadrega", la sedia in piemontese, deriva dal "Cathedra" latino, oggi "cattedra". 

Ecco, io avrei preso una cadrega.
Di italiano. 
Qui in città.
Insomma, direte voi, una figata. Guardala lì, la Milady piagnona: si lamenta per giorni, ci mena su il torrone, e poi va lì nella pugna maxuma, e magno cum gaudio porta a casa la cattedra di italiano nella scuola media cittadina.

Dopo ore di attesa, dopo aver depennato uno dopo l'altro i "candidati", dopo l'estenuante lettura della prima fascia, della seconda fascia, finalmente arriviamo alla graduatoria incrociata della terza fascia, quella dei marchiati a fuoco, quella dei "ma tu non l'hai ancora fatta la Sis?" (no, altrimenti non sarei in terza fascia), quella dei "ma lo sai che la Sis non c'è più e adesso come fai?" (cerco di sopravvivere felice egualmente trovando conforto nell'alcol), quella dei "ma lo sai che entrerai di ruolo quando Brad Pitt diventerà presidente degli States?" (si, beh, ma ti ricordo che anche Ronald Regan era un attore).


Si, quella lì, la putrida terza fascia.


Non sono neanche messa male: davanti ho gente che non si è presentata, o che è in graduatoria alle medie ma ha già preso altrove l'incarico. Insomma, dopo un paio d'ore mi sembra di poter respirare: le cattedre a cui ho puntato sono ancora lì e su tutte rifulge quella in città, così vicina, così scintillante.
Il baffetto col microfono chiama il mio nome e io leggiadra avanzo verso la mia fortunosa scelta, poi firmo il pre-contratto con un sorriso abbacinante e quasi pattino sui saldali neri tacco 13 che mi conducono verso la Vicaria.
Ecco, parliamo della Vicaria: la bionda vicepreside della Scuola Rossa ove prenderò servizio mi accoglie con quel sorriso tipico di Jago quando chiacchierava di donne con Otello. Il sorriso di Lady Macbeth che diceva al re Duncan "prego, resti a cena da noi". Il sorriso di uno che te la mette in quel posto, insomma. Mi dice che le dispiace tanto tanto tanto, specie ora che mi ha vista, ma non potevano sapere chi sarebbe venuto.
E mi dice che io una classe non ce l'avrò.

Pausa. Respiro.

"Perchè le classi le decidiamo a giugno, con l'organico già fatto. Poi ci teniamo le ore di alfabetizzazione, le ore a disposizione, le compresenze...". Ecco, la mia cattedra è bella, comoda, vicina a casa, zero coordinamento, zero verbali, zero scazzi, stipendio sempre quello.

Però non ho una classe: vagolo di qua e di là, mi diranno dove come e perchè, prenderò qualche alunno per il consolidamento ("portamelo via che non riesco a spiegare"), qualche alunno per il laboratorio di "metodo di studio" ("fai fare a loro i compiti di italiano che non sono capaci"), magari qualche ora per alfabetizzare marocchini, ucraini, portoricani, albanesi, ma anche italiani, perchè no. 

Però non ho una classe.
E, sì, lo so, c'è gente che lavora in fonderia.
E, sì, lo so, c'è gente che oggi è uscita senza uno straccio di contratto in mano.
E, si, lo so, c'è gente che ucciderebbe per avere un posto come il mio, senza compiti in classe da dare e da correggere, o relazioni iniziali e finali e programmazioni da fare.

Però non ho una classe mia, tutta mia, che mi odi o mi ami, che mi conosca, che sospiri tutta insieme quando entro, che faccia casino mentre interrogo, che mi aspetti su per le scale, o che mi faccia perdere l'ora a spiegare perchè mettersi il compasso negli occhi non va bene.

E mi dispiace, cazzarola se mi dispiace.

Poi, per carità, un paio d'ore di shopping e passa tutto.

 

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martedì, 09 settembre 2008

Torta di pere e cioccolato

ovvero, cosa fare in un lungo pomeriggio di fine estate,
mentre tuo marito è in ufficio
e tu ti tormenti con inutili interrogativi
sul tuo incerto futuro scolastico.

Prima di tutto accendete il forno a 180 gradi e iniziate a sudare perchè fa ancora un caldo porco.

Procuratevi quattro o cinque di quelle pere piccole e bastarde che tendono a maturare e a marcire in meno di due giorni se non state attenti. Pelatele, fatene scivolare una, perchè è zuccherina e bagnaticcia, recuperatela al volo prima che tocchi il lavello e speditela con un generoso colpo di poppe sul tagliere da lavoro. Togliete i torsoli, fatele a fettone grosse e buttatele in un pentolino, meglio se antiaderente, così dopo pulite più in fretta.

Ravanate nel frigo alla ricerca di un limone un po' rattrappito, evidentemente acquistato nei primi anni '80 e spremetene il succo direttamente sulle pere, aggiungete due cucchiai di zucchero, una leccatina d'acqua e  accendete il fuoco.

Intanto che le pere si fanno gli affaracci loro, prendete il solito maxirecipiente da torta e il frustino. Il frustino da cucina, dico, se ne avete altri non mi interessa.
Poi cercate la tortiera, imburratela e infarinatela, così non ci pensate più.

Nel maxirecipiente ficcate un etto abbondante di burro bello morbido grazie a qualche secondo di microonde, e un etto di zucchero. Frustate con fiducia, poi aggiungete un po' di latte (mah, un bicchiere, anche meno) e tre-dico-tre uova tutte intere (senza guscio, ovviamente, intere nel senso di tuorlo e albume).

Girate le pere, intanto, che staranno attaccando. E prima che diventino troppo molli, spegnete il gas e scolatele con la schiumarola.

A questo punto il vostro impasto sarà tremendamente liquido e voi penserete: ma questa torta non verrà mai, ci vuole ancora qualcosa! E 'nfatti sì.
Prendete un paio di etti di farina e tuffateli dentro il crogiuolo, frustando con rinnovato vigore. A questo punto vi sovverrà il fatto che se la torta deve essere di cioccolato, sarebbe d'uopo aggiungercelo, quindi partite alla ricerca del cacao in polvere. Quando ne sarete in possesso, buttatene una cucchiaiata generosa nell'impasto, ma anche due, che nella vita, di qualcosa, bisogna pur morire.

Guai a voi se buttate l'impasto nella tortiera, manca ancora il lievito, senza il quale il risultato sarebbe ben triste. Cercate una di quelle immortali bustine di lievito pane angeli, o simili, insomma, roba da Ricette di Wilma de Angelis, e tuffate la preziosa polverina nel blob che avete creato.

Frustate con vigore e poi aggiungete al vostro calderone le pere di cui sopra, fatte a pezzetti grossi come un dado da giuoco. Fermi lì, non è finita.

Cercate in dispensa una tavoletta di cioccolato fondente. Sì, che ce l'avete, bravi. No, al latte non conta, cercate meglio. Io ho usato il mitico cioccolato Peyrano, non perchè sia snob, ma....anzi, no, proprio perchè sono snob. E poi, caspita, volete mettere? Riducetene metà in pezzetti grossi come chicchi di caffè e buttateli nell'impasto.

"Su via solleciti, mescete in circolo", quindi tuffate la polta nella tortiera e livellate come potete.
Ficcate il tutto nell'antro del forno e attendete una quarantina di minuti, o comunque fate la prova stuzzicadenti.

Quando l'estrarrete, rivestitela di zucchero a velo e servitela agli ospiti del vostro desco con malcelato orgoglio.

In realtà io volevo fare i dolcetti di mia cugina, ma non avevo i pirottini i carta e in compenso pullulavo di pere...nella vita occorrono i mezzi.
Anche nel coro, comunque.

 

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categoria:milady ai fornelli