Frammenti di un discorso grammaticale
Si potrebbe decidere di non vederli.
Ma io sono ottimista e li vedo, eccome, i piccoli progressi del Padrino.
Non è merito mio, ma di quel galantuomo del tempo, che aggiusta un sacco di cose, come recitavano molte frasette che mi toccò tradurre dal greco e dal latino anni luce fa.
Comunque, minchia a parte, il Padrino da qualche tempo ha iniziato ad accettare l'inevitabile realtà d'avermi tra i piedi.
Oh, certi giorni sono state brutte parole.
Certi altri giorni sono stati "gesti d'insofferenza" che fuori di scuola chiameremmo gestacci. Però un po' si deve essere rotto di cercare di copiare dalla lavagna le cose che fanno i suoi compagni (sbagliandole per lo più) e si è lasciato convincere a uscire in un'aula assolata ma gelida a far qualche scheda di grammatica.
Magari sulle prime mi diceva che erano cazzate per quelli di prima e lui non le voleva fare, ma stamattina, com'è, come non è, ha fatto tre esercizi "capendo". E sapete una cosa bellissima? quando gli dicevo "è giusto", lui sorrideva. E voleva farne un altro.
Oggi, dopo dieci tentativi, non riuscivo a fargli sentire la differenza tra un passato e un presente. "Egli disse", "io dico". "Egli disse ieri, una volta, tanto tempo fa...". "Io dico adesso, ora, in questo momento". Ho fatto mille esempi. Niente. Poi qualcosa è scattato (e davvero non so che tasto ho pigiato, come sul computer), ma lui ha capito la differenza, e ha continuato l'esercizio da solo.
Nelle ore di antologia abbiamo trovato un equilibrio: a star dietro, seguendo sul libro non ce la fa, gli altri leggono troppo veloce. Così ascolta. Poi facciamo insieme i questionari di comprensione e il più delle volte scopro che ha ascoltato giusto. Certo, scrive una lingua che italiano non è, senza maiuscole, punteggiature, accenti e apostrofi. Però, dopo qualche esercizio sugli accenti, inizia a chiedermi "ma su 'sta parola ci va?"
Io non so se gli servirà mai, nella vita, sapere che su "servirà" l'accento ci vuole e su "qui quo qua" invece no.
Ma mi pare comunque, che saperlo, e più ancora sapere di saperlo, male non possa fare. (Minchia).