mercoledì, 14 giugno 2006

IL TUBO

Ieri finalmente arriva il giorno di questo benedetto esame. Ve ne parlo solo perchè certi numeri di cabaret a zelig, in confronto, sono roba da niente. Mi preparo accuratamente con una doccia, e memore delle indicazioni secondo cui non avrei dovuto indossare nulla di metallico, mi vesto leggera con una magliettina e una gonna senza cerniera. Arrivata in sala d'attesa consegno la mia fede nuziale ad Athos, e mi avvio, al seguito di un simpatico individuo che si prende carico delle mie scartoffie e mi invita a seguirlo. In un camerino l'infermiera mi dice: si spogli, può tenere solo la biancheria. Argh. Peccato che per evitare pericolosi ganci metallici io avessi omesso di indossare una parte fondamentale della lingerie femminile. Il mio sguardo si rassicura di poco alla vista di un camice col quale si sentirebbe a disagio anche un'attrice hollywoodiana, figuariamoci una comune mortale in lotta col suo peso e senza adeguati supporti sottostanti atti a sorreggere i punti critici.....Mentre esco dal camerino mi viene detto di lasciare anche gli occhiali e di accedere alla stanza successiva. Barcollando a tastoni in un mondo nebuloso trovo il braccio gentile dell'infermiera a cui mi attacco come una cozza, e mi lascio condurre nella temibile stanza del Tubo. Qui, mi vengono consegnati dei tappi per le orecchie con l'invito ad indossarli. Solo conclusa quest'operazione, il personale mi fornisce qualche ragguaglio, che io colgo solo a metà: anche il tentativo di leggere le labbra fallisce, senza occhiali a stento distinguevo le figure. Resto nel tubo circa quaranta minuti, pallosissimi, di assoluta immobilità, in cui inizio a ripassare tutto quello che so a memoria.  Non sono mai stata così grata al mondo dell'opera lirica: ero ormai al secondo atto del Trovatore e mi canticchiavo il duetto col tenore, quando la macchina ha finito di emettere quel fastidioso rumore ritmico. La mia sola preoccupazione era di scendere dal lettino cercando di mostrare il meno possibile delle mie grazie, ma il camice appiccicaticcio credo non mi abbia aiutata in questo tentativo.  Raggiungo i miei occhiali in tempo per vedere un'espressione di assoluta e impassibile professionalità sul volto del personale, probabilmente abituato a questi imbarazzi e costeggiando il muro cerco di diventare invisibile e uscire dalla stanza. Il gentile omino, parecchio distante dalle icone mediche da telefilm, mi assicura che molti si addormentano nel tubo e dopo ci vuole anche del bello e del buono per svegliarli. Comunque io sono piuttosto sollevata: riemergere in quello stato penoso e trovarmi davanti al dottor Carter sarebbe stato orribile.

postato da: Milady-de-Winter alle ore 08:26 | Permalink | commenti (1)
categoria:il milady pensiero
mercoledì, 14 giugno 2006

SU E GIU' PER LE ANTICHE SCALE

Non che io voglia diventare come quei pensionati con cui lottavo ai tempi delle campagne fiscali, quelli capaci di intrattenerti anche ore sull'operazione al loro alluce destro...Però un paio di cose, a titolo di cronaca, sullo stato delle mie ginocchia dolenti ed al tempo stesso del sistema sanitario ve le voglio raccontare.
Come i miei 25 lettori sanno, ultimamente piegare le gambe mi è un po' arduo: questo deriva probabilmente da una postura errata sin dai miei primi anni di vita, da mesi trascorsi con scarpe dai tacchi allucinanti, da un po' di artrosi precoce e dal fatto che ardo dal desiderio di diventare una vecchia borbottona che va in giro con un bastone da passeggio stile inizi Novecento, pieno di classe, che all'occorrenza può diventare un'arma di difesa. Il mio medico di recente ha consigliato una risonanza magnetica, per cui, forte della mia impegnativa, mi reco all'ospedale per prendere un appuntamento. Al centro di prenotazione (un posto dove l'eliminacode non funziona e tutti sgomitano per ottenere una visita il prima possibile) scopro di dover prima essere sottoposta ad una visita di controllo, per accertarsi che io abbia veramente bisogno di una risonanza e non sia solo una pazza psicopatica che non vede l'ora di passare un pomeriggio dentro a un tubo. Il giorno della visita mi presento, faccio due rampe di scale (che col ginocchio dolente sono un toccasana) e resto in piedi in coda per mezz'ora ad attendere il mio turno. Introdotta in uno studiolo un dottore che a stento mi guarda in faccia, tutto preso dai suoi moduli, mi chiede: "perchè vuol fare la risonanza al ginocchio?". Resisto alla tentazione di fornire risposte ironiche e spiego che le articolazioni mi fanno male. Lui incalza "E come mai?". (Ah, non lo so, io ho fatto Lettere, quindi per esclusione quello che ha fatto Medicina sei tu, pirla!). "Non lo so, non c'è un motivo apparente", ribatto con occhi da bambi e voce timidosa. "Eh, ma allora deve fare una risonanza". (Ma tu pensa che mente superiore! O sublimi vette dell'intelletto umano!). Con un cospicuo fascio di cartacce burocratiche sotto il braccio mi incammino verso la prossima meta. Secondo le istruzioni di un'infermiera dalla mole possente devo risalire le scale, percorrere due corridoi, scendere la rampa a sinistra della porta a vetri, proseguire sempre dritto e poi prendere la prima a sinistra. Non fosse altro che le mie gambe doloranti stanno chiedendosi il perchè di tanta fatica, mi inerpico per i corridoi, e mi perdo solo una volta, quando alla vista del cartello "reparto psichiatrico" reputo di aver preso una direzione errata. Arrivo nel luogo preposto alla RMN dove un'infermiera mi fa compilare un questionario che reca domanda tipo: "fa il tornitore? è stato vittima di esplosioni?" e robe così. Crocetto tutta una sfilza di "no" e mi sento dire "eh, ma a lei non è mai successo niente!". Mentre faccio il gesto delle corna e rimpiango di non essere un uomo per avere a disposizione altri metodi scaramantici, ricevo altre scartoffie, le firmo e poi vengo spedita nella segreteria di radiologia. Il che significa rifare il percorso inverso, più le scale per arrivare al primo piano. Non oso prendere l'ascensore perchè non so dove potrebbe condurmi, quindi persevero nel mio iter pedonale fino al gabbiotto della segreteria indicatami. Qui c'è la Scazzodipendente, una fanciulla con cui ho già avuto modo di scambiare vivaci scambi di opinioni. Costei trova il dover svolgere le proprie mansioni come qualcosa di inadatto alla propria persona, accoglie gli utenti con versi che vanno dallo sbuffo all'occhiata malevola, ignora l'uso delle forme di saluto e anche di alcune forme di congiuntivo e mi lancia dall'apertura nel vetro tutta una serie di fogli e foglietti, non senza permettermi di intuire che la gomma che mastica con tanta foga è al gusto di arancia.
Per fortuna ho deciso di sottopormi a questa trafila prima dei trent'anni, una volta anziana non credo che ce l'avrei mai fatta.
(...continua...)

postato da: Milady-de-Winter alle ore 08:02 | Permalink | commenti
categoria:il milady pensiero