IL TUBO
Ieri finalmente arriva il giorno di questo benedetto esame. Ve ne parlo solo perchè certi numeri di cabaret a zelig, in confronto, sono roba da niente. Mi preparo accuratamente con una doccia, e memore delle indicazioni secondo cui non avrei dovuto indossare nulla di metallico, mi vesto leggera con una magliettina e una gonna senza cerniera. Arrivata in sala d'attesa consegno la mia fede nuziale ad Athos, e mi avvio, al seguito di un simpatico individuo che si prende carico delle mie scartoffie e mi invita a seguirlo. In un camerino l'infermiera mi dice: si spogli, può tenere solo la biancheria. Argh. Peccato che per evitare pericolosi ganci metallici io avessi omesso di indossare una parte fondamentale della lingerie femminile. Il mio sguardo si rassicura di poco alla vista di un camice col quale si sentirebbe a disagio anche un'attrice hollywoodiana, figuariamoci una comune mortale in lotta col suo peso e senza adeguati supporti sottostanti atti a sorreggere i punti critici.....Mentre esco dal camerino mi viene detto di lasciare anche gli occhiali e di accedere alla stanza successiva. Barcollando a tastoni in un mondo nebuloso trovo il braccio gentile dell'infermiera a cui mi attacco come una cozza, e mi lascio condurre nella temibile stanza del Tubo. Qui, mi vengono consegnati dei tappi per le orecchie con l'invito ad indossarli. Solo conclusa quest'operazione, il personale mi fornisce qualche ragguaglio, che io colgo solo a metà: anche il tentativo di leggere le labbra fallisce, senza occhiali a stento distinguevo le figure. Resto nel tubo circa quaranta minuti, pallosissimi, di assoluta immobilità, in cui inizio a ripassare tutto quello che so a memoria. Non sono mai stata così grata al mondo dell'opera lirica: ero ormai al secondo atto del Trovatore e mi canticchiavo il duetto col tenore, quando la macchina ha finito di emettere quel fastidioso rumore ritmico. La mia sola preoccupazione era di scendere dal lettino cercando di mostrare il meno possibile delle mie grazie, ma il camice appiccicaticcio credo non mi abbia aiutata in questo tentativo. Raggiungo i miei occhiali in tempo per vedere un'espressione di assoluta e impassibile professionalità sul volto del personale, probabilmente abituato a questi imbarazzi e costeggiando il muro cerco di diventare invisibile e uscire dalla stanza. Il gentile omino, parecchio distante dalle icone mediche da telefilm, mi assicura che molti si addormentano nel tubo e dopo ci vuole anche del bello e del buono per svegliarli. Comunque io sono piuttosto sollevata: riemergere in quello stato penoso e trovarmi davanti al dottor Carter sarebbe stato orribile.






