giovedì, 21 aprile 2005

E QVESTI CHI SONO?

Mio marito Athos è orgoglioso membro, o meglio Segretario, di un'Arciconfraternita cittadina che si porta sulle spalle cinque secoli di storia. La sede è una splendida chiesa barocca, gioiello nascosto della nostra città che un'unghia del denaro di un qualunque piersilvio potrebbe riportare agli antichi splendori: ora è nelle mani di pochi ardimentosi che con coraggio ne preservano il valore artistico e religioso.
Va anche detto che l'abito "regolamentare" di tali confratelli prevede il classico tunicone scuro con tanto di mantellina di velluto rosso cupo orlata d'oro e di un inquietante cappuccio, croce del nostro vescovo che, incurante delle tradizioni e del valore religioso del copricapo, ogni anni architetta nuovi modi per impedir loro di porlarlo.
Qualche anno fa, ed era il lontano 1996, l'arcivescovo di allora, oggi uno dei 114 elettori, accolse un ospite d'onore, un cardinale straniero venuto in visita alla nostra città, un uomo di Cultura e di Fede. Il nostro vescovo era scortato da tre confratelli d'eccezione: mio marito Athos, l'opulento Porthos e il nostro immancabilmente spettinato Aramis, confratelli storici, amici da sempre come i moschettieri a cui li assimilo, assidui frequentatori della vita sociale cittadina. I magnifici tre presenziarono al concerto in onore del cardinale, paludati di tutto punto come il loro abito impone, e quindi scortarono, conversando amabilmente, il loro vescovo e l'ospite d'onore sino al palazzo del seminario.
Lì, tra il divertimento e lo stupore nel vedere questi tre individui dall'aria antica aggirarsi con discrezione, il cardinale apostrofò garbatamente il vescovo cittadino, chiedendo: "E qvesti chi sono? Gvardie perzonali di fescofo?".
Quel cardinale si chiamava Joseph Ratzinger.
(Questo mi insegna due cose: che Benedetto XVI ha il senso dell'umorismo e che Athos, Porthos e Aramis riescono a farsi riconoscere ovunque).

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martedì, 19 aprile 2005

FUMATA NERA

Inizio a pensare che non siano Ratzinger e Tettamanzi i veri papabili, ma il nostro Silvius Magnus (che aspetta a dimettersi per vedere se per caso non lo eleggono Papa per acclamazione) e Bruno Vespa, che sul conclave ne sa molto più di tutta la Curia messa insieme.
Agli italiani, soprattutti ai giornalisti, poi, secca moltissimo non poterlo vedere, 'sto conclave: abituati alla casa del Grande Flagello, all'Isola dei Penosi, alla Fattoria dei Poco Noti, ed altri reality analoghi, l'idea di avere 115 porporati in una location d'eccezione come la Sistina che A GRATIS accettano di passare dei giorni, chiusi lì dentro, in attesa di "nominare" uno dei loro deve sembrare un terribile spreco mediatico. Insomma, ancora un po' che vedo assieparsi i cronisti e vien spontaneo fare un programma tipo "Il Grande Conclave", o "La cappella dei Cardinali".
Suvvia, piazziamo due webcam, prepariamo 116 microfoni (uno nel caso lo spirito santo voglia dire qualcosa) e mettiamoci davanti alla tv in attesa dell'esito.
Probabilmente a qualcuno non dispiacerebbe l'elezione del Pontefice col televoto: "chi vuoi eliminare? puoi votare da casa con il telefono oppure con il tuo cellulare mandando un sms".
Ma ci vogliamo dare tutti una sacrosanta calmata?
Che poi, col fatto di essere colti, di parlare diverse lingue, latino compreso, e di usare correttamente il congiuntivo in tutte, questi cardinali non sono mica i personaggi ideali: con l'andazzo che abbiamo in Italia, non li capirebbe più nessuno.

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venerdì, 15 aprile 2005

HO VISTO NOMI...

Ho fatto la dichiarazione dei redditi a un signore che abita in Vicolo Cecolo n.1
Ho conosciuto un signor Leonzio.
E una signora Liboria.
E i fratelli Terenzio e Telebio.
Ho controllato la pensione della signora Fiorisce e della signora Divina.
(Parlo sempre di nomi di battesimo, eh....)
Ho conosciuto un signor Pantaleone e una signora Nesina.
E una donna di nome Prassede.
E i signori Uldino, Delfino ed Elvino.
(E' venerdì e voglio Orlando Bloom vestito da crociato che mi porta una birra).

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mercoledì, 13 aprile 2005

DERBY DI FUOCO

Rieccoli.
Gli idioti degli stadi. I vandali delle curve. Qualcuno ha scritto che stavolta hanno esagerato, anche se secondo la mia opinione è un bel po' che i limiti della civile tolleranza sono stati oltrepassati, a partire dagli accendini lanciati, sino ai motorini finiti in campo.
Ieri sera, poi, il derby d'europa tra le due milanesi è degenerato in follia e lancio di ardenti fiammelle, praticamente un autodafè. Non solo chi gioca a calcio è nel migliore dei casi solo un bambolotto strapagato che prende a piedate una palla (con buona pace di chi ha contribuito a rendere questo bel gioco un triste turbinio di miliardi e veline), no, ora abbiamo anche il tifoso che al bambolotto strapagato tenta di dare fuoco.
Ora ne parleranno per un po', minacciano come sempre una "stagione a porte chiuse", "seri provvedimenti", "dure punizioni", "forti segnali".
Quel che secca è che ad andarci di mezzo, come a scuola, sono sempre quelli che non hanno fatto niente e che si beccano il "penso" per tutto l'anno. Per un compagno di classe (rimasto anonimo e impunito) che "modificava" con il taglierino i cappotti appesi fuori mi sono fatta la prima media saltando l'intervallo. E grazie a un deficiente che suonava il flauto nelle ore di italiano, ancora oggi so tutta "Parlamento" di Carducci, imparata a memoria da un pomeriggio all'altro.
E son cose che forgiano.
Tanto per chiudere in bellezza, le italiche gesta dei milanesi (e non) esibitisi nel pirico exploit sono andate in onda in eurovisione, neanche una settimana dopo che gli italiani avevano dimostrato in mondovisione di essere dei veri signori, nell'organizzare, gestire e portare a termine la mission-impossible delle esequie papali più affollate della storia.
Mi sa che stavolta, Roma batte Milano uno a zero.

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martedì, 12 aprile 2005

DUE FUNERALI E UN MATRIMONIO?

Strane settimane: s'è detto un po' di tutto. I giornalisti, abituati a macerarsi dentro una singola notizia per giorni, non sanno più dove guardare. Prima il Papa, poi la sinistra che a detta di Silvio vince solo ogni morte di Papa, poi l'attesa per il conclave, poi Carlo e Camilla dal piumato cappellino finalmente sposi, poi la bufera sul principato di Monaco e Alberto che sale al trono mentre il marito di Carolina detto "birra-man" si sente male, poi la Scala che va in malora e Muti che minaccia di andarsene davvero come i bambini che intimano "e io non gioco più" ...pant pant, una pioggia di avvenimenti mediatici, non c'è che dire.


Di mattina, se per errore ti sintonizzi su un canale qualunque, vedi Costanzo ormai sempre più inintellegibile quando parla, che tenta di commentare tutto, finendo irrimediabilmente per parlare poi di Costantino; su mamma Rai i vari programmi di chiacchiere prevedono gossip sul toto-papa e lezioni di bon ton per non vestirsi come la Parker-Bowles; Cristina Parodi non sa più come collegare tra loro i servizi sulle immancabili bonone da calendario e i luttuosi eventi su cui vuole avere l'ultima parola. I telegiornali sono ultimamente un ridicolo alternarsi di reporter che si fregano la linea a vicenda e non la mollano neanche se presi a randellate.
L'unico commento che mi viene in mente è la frase di apertura di "Quattro matrimoni e un funerale", quella che si ritrova a dire Hugh Grant appena sveglio e già in tragico ritardo.
Ma sono una lady e non la dico. Sul mio blog, almeno. 

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giovedì, 07 aprile 2005

APPUNTI DI VIAGGIO

Ti alzi la mattina alle sei e mezzo e sei già in ritardo.
Hai i movimenti ed i minuti così contati che se ti accorgi di aver perso tempo a riempire la lavastoviglie devi rinunciare a tirar su le tapparelle e fare colazione nella cucina versione-bunker. Così non ti rendi conto del tempo che fa, ti vesti più o meno come il giorno prima, salvo poi rifare le scale di corsa a caccia dell'ombrello quando sul portone vedi il grigiore che avanza.
Sali sul pullman pieno di undicenni brufolosi che ripassano la digestione dei ragni per la ricerca di scienze; poi alla fermata successiva sale anche il controllore, con la divisa blu ed i pedalini bianchi: assolutamente impossibile porgergli il biglietto senza fissarglieli con orrore.
Ascolti lo sproloquio di uno che se ne frega del cartello "non parlate all'autista" e gli racconta la sua vita, istruisci una signora suglio orari dei mezzi pubblici per tornare indietro, e ti abbiocchi sulle pagine del libro portato per il viaggio.
Poi di colpo guardi fuori dal finestrino perchè ti sembra che nel paesaggio ci sia qualcosa che non va, e magari è lì che arriva da qualche giorno ma non ci avevi fatto caso perchè tanto è normale, e poi lo vedi: il mare a quadretti, le risaie piene d'acqua, il cielo riflesso e capovolto.
Il pullman con gli studenti brufolosi, l'autista cicciuto, il logorroico mattutino e il controllore coi calzini, tutti sul pullman che cammina in mezzo alle nuvole specchiate.
Finchè non arrivi in ufficio, sembra persino una bella giornata.

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martedì, 05 aprile 2005

Ioannes Paulus PP.II 16.X.1978 - 2.IV.2005

 

L'idea era di chiudere il blog per una settimana. Poi ho pensato di mettere solo una foto, come un saluto, senz'altro. Alla fine due parole le spenderò anch'io, scivolando forse nel mare di retorica in cui è scivolata la carta stampata italiana. Ma non importa.
Qualche anno fa, durante l'ennesimo viaggio, il Papa è stato nella mia città. Dispiegamento di forze, maxi palco sulla piazza e cerimonia più intima la mattina, nella cattedrale. Ero nel coro, come sempre. Non il coro di mille persone della messa, ma il coro delle neanche 30 persone assiepate sulla balconata dell'organo di Sant'Andrea. Conservo ancora il lasciapassare con la scritta "Cantori" che mi permise di accedervi. Ne aspettammo l'arrivo, era come uno di quei servizi al telegiornale che si vedono adesso. Poi entrò in chiesa e noi fummo tutti presi a cantar meglio del solito, per far bella figura. Parlava già con fatica, e noi lì a cercare di non far rumore su quegli assi di legno che rimbombavano al minino spostamento. Finita la cerimonia attraversò la navata centrale per uscire.
La balconata dell'organo è sopra il portone centrale. Si fermò un istante, alzò gli occhi verso di noi e ci fece un cenno di saluto, o forse era una benedizione. A noi, solo per noi. 
Ciao, Papa.

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